Da proprietari a soci. Il caso dell’Aurora Cucine

L’Aurora Cucine è stata la prima cooperativa ad aver aderito alla Rete Italiana Imprese Recuperate nei primi mesi del 2018, quando il Collettivo di ricerca sociale non sapeva ancora se sarebbe stato in grado di trasformare in realtà concreta la semplice idea di mettere in rete, raccontare e valorizzare la storia di queste aziende per farle conoscere ai lavoratori delle aziende in crisi.

Come per molte altre aziende recuperate della Toscana che ho avuto la fortuna di visitare e raccontare, la qualità del prodotto e la maestria di chi lo lavora distraggono anche l’osservatore più interessato a raccontare la storia passata e presente di una cooperativa che ha trasformato il rischio del fallimento in un’occasione di riscatto e solidarietà. Le cucine in finta muratura sono sempre state il fiore all’occhiello di questa azienda leader nel settore della lavorazione in legno per la produzione di cucine. Continuano a esserlo ancora oggi, nonostante il mercato si sia orientato prevalentemente in direzione di cucine scomposte e più moderne rispetto allo stile rustico (o country).

A differenza delle altre imprese recuperate che abbiamo provato a raccontare finora, però, il presente e il passato dell’Aurora Cucine sono fortemente intrecciati fra loro. Calamassi, Grassini e Verdiani sono i nomi delle tre famiglie che nel 1947 fondarono una delle aziende destinate a diventare leader nel settore nella produzione di cucine. Poggibonsi, dove ancora oggi ha sede l’Aurora Cucine, nel dopoguerra diventò una delle capitali produttive dell’arredamento italiano. Il nome prescelto per battezzare questa avventura imprenditoriale è davvero figlio del suo tempo: dopo le macerie, occorreva affidarsi al lume della speranza, tirarsi su le maniche per lasciarsi alle spalle gli anni del fascismo e la miseria della guerra. L’inizio di una nuova era, insomma.

Gli anni che seguirono per l’Aurora Cucine si dimostrarono all’altezza del suo nome radioso: dopo essersi dedicati alla produzione di mobili in ferro, negli anni Sessanta i fondatori decisero di specializzarsi nella produzione di mobili da cucina. Fu la svolta: negli anni Ottanta l’azienda introdusse nel mercato alcuni dei modelli più apprezzati di cucine country in muratura (completamente in legno, nonostante le apparenze), che consentirono all’azienda di affermarsi come leader nel settore per l’inconfondibile qualità del prodotto.

È la rivendicata continuità con il proprio passato a disorientare chi, come il sottoscritto, è stato finora abituato a recepire e valorizzare lo scarto fra il presente delle imprese recuperate e la storia che aveva preceduto la crisi aziendale. Questa continuità individua una differenza significativa, perché – diversamente dalle altre imprese recuperate – le cooperative che mantengono fra i loro soci i membri della precedente proprietà possono contare anzitutto sulla continuità di competenze interne (amministrative, contabili, dirigenziali).

La fierezza con cui Massimo Verdiani ricostruisce la storia dell’azienda di famiglia è emblematica della continuità fra il passato e il presente di questa impresa recuperata: chi, come lui, è nato e cresciuto fra le mura di questa azienda non sarebbe mai riuscito a perdonarsi il suo fallimento. Questa possibilità venne scartata anche quando l’allora presidente di una delle banche italiane passate recentemente all’onore delle cronache nazionali si prese la libertà di versare solo poco più di un terzo del patto di rifinanziamento che aveva sottoscritto con l’Aurora Cucine, adducendo come ragione una massima tratta da chissà quale esperienza pregressa nella produzione manifatturiera: “Quando un’azienda è decotta, è decotta”.

Le prime avvisaglie della crisi si erano già fatte sentire nel primi anni del 2000, a seguito del calo della domanda nel settore della ceramica, a cui poco dopo si aggiunse anche quello della domanda delle cucine in finta muratura. In quell’occasione l’azienda scelse di puntare su cucine componibili per far fronte al mutamento della domanda: furono effettuati nuovi investimenti; chi aveva lavorato alle cucine in finta muratura fu costretto ad acquisire nuove competenze. La crisi del 2008, però, vanificò anche queste contromisure: nel luglio di quello stesso anno, il fatturato crollò da più di un milione di euro ad appena 300.000 euro. L’anno seguente l’andamento fu lo stesso e, dopo un accenno di ripresa nel 2010, ci fu il crollo vero e proprio nel 2011.

Fu API (Associazione Piccola Impresa), con cui l’azienda aveva un rapporto di lunga durata, a suggerire l’ipotesi della trasformazione in cooperativa. Nel febbraio 2012, ad appena un mese dalla chiusura, venne affittato il ramo dell’azienda in liquidazione (entro il 2022 l’Aurora cucine dovrà aver saldato tutto). Molti dei quaranta dipendenti della precedente gestione riuscirono ad arrivare alla pensione; altri preferirono reinvestire altrimenti le risorse provenienti dalla mobilità. A differenza di molte cooperative composte da pochi soci e molti dipendenti, oggi a lavorare nell’Aurora cucine sono in 11 soci (di cui un artigiano) e cinque dipendenti. Nonostante l’assenza di liquidità imposta dall’indifferenza dei precedenti partners finanziari, l’attività è ripartita grazie alla messa in comune delle risorse degli ex dipendenti e della precedente proprietà e all’erogazione di 210.000 euro da parte di Coopfond, il fondo mutualistico di Legacoop (peraltro già restituito).

Unico rammarico: prima del nostro incontro, nessuno aveva detto a Marco e agli altri soci della cooperativa che esisteva anche la possibilità di chiedere a Cooperazione Finanza e Impresa di raddoppiare il capitale sociale a seguito della presentazione di un piano di investimento. La sorpresa di Marco basta e avanza a sgomberare i dubbi e la fatica di un sabato trascorso a chilometri di distanza da casa: oltre a raccontare storie, forse nel nostro piccolo stiamo anche contribuendo ad alimentarle col nostro lavoro di inchiesta. Magari CFI accetterà la proposta di supportare l’Aurora Cucine, ora che si profila all’orizzonte la necessità di effettuare nuovi investimenti produttivi e commerciali. Entro l’estate del 2019 la cooperativa dovrà infatti lasciare il capannone affittato dagli anni Sessanta per volere della proprietà dell’immobile. Anziché destare preoccupazione, questo cambiamento sembra incuriosire Marco: «In Italia abbiamo una strana concezione della proprietà. Come se da essa dipendesse tutto. Un’azienda deve fare investimenti: la proprietà dell’immobile in cui lavora non rientra fra questi. Ce ne andremo, per noi 7 mila metri quadrati di capannone oggi sono troppi».

Quando mi conduce all’interno del capannone antistante gli uffici amministrativi, in effetti, le dimensioni sembrano sproporzionate rispetto al numero dei soci della cooperativa addetti al sezionamento delle tavole e degli assi di legno, alla falegnameria, alla levigatura, al montaggio e all’inscatolamento.

Marco non mi nasconde la fatica di affrontare e gestire democraticamente le decisioni all’interno della cooperativa: almeno una volta al mese i soci si ritrovano per essere aggiornati sullo stato finanziario della cooperativa e per capire assieme quali scelte intraprendere. Certo, anni pregressi di esperienza e competenze contano: da soli, però, non bastano più a dirigere l’azienda. «Ora occorre anche argomentare», spiega Marco, «perché se prima la proprietà era solo di alcuni ora tutti contano allo stesso modo». Se anche un giorno dovesse rientrare fra le materie dei corsi di formazione offerte ai soci delle imprese recuperate, la cooperazione sul luogo di lavoro si impara anzitutto praticandola. Parola di chi ha gestito l’azienda prima da comproprietario e, ora, da socio.

I risultati attuali stanno ripagando gli sforzi profusi da Marco e dagli altri soci. Ancora oggi, dopo tre generazioni, l’Aurora cucine è leader riconosciuto nel settore ceramico per la produzione di cucine piastrellate. In un certo senso, è condannata all’eccellenza: se anche volesse tentare di restare sul mercato puntando sui basti costi e, quindi, su prodotti di qualità inferiore, non avrebbe i macchinari per farlo. Ma al di là dell’impossibilità tecnica, la concorrenza al ribasso è esclusa dall’orgoglio artigianale dei soci: ancora oggi continuano a rivendicare la dimensione artistica del loro lavoro, come testimonia la Venere di Botticelli stampata sul retro dei furgoni parcheggiati all’interno del magazzino.

Quando entriamo nello Showroom antistante il capannone e gli uffici amministrativi, la sensazione di essere di fronte a dei fieri artigiani si rafforza ulteriormente. Il sabato è il giorno di punta per gli acquirenti privati della Toscana, che ora rappresentano il 55% delle commesse e assicurano margini di guadagno più elevati rispetto ai rivenditori (che prima della crisi rappresentavano la componente maggioritaria delle vendite, oggi scesa al 15%). Il restante 30% delle vendite è invece diretto all’estero: Danimarca, Inghilterra, Russia, Francia e Svizzera.

Quando la porta dello showroom si chiude alle nostre spalle, Marco non resiste alla tentazione di sottopormi, ancora una volta, lo stesso interrogativo di cinque minuti prima, come se stesse rivolgendo a se stesso la domanda: “Potevamo lasciare che tutto questo andasse in fumo? Potevamo?”.

No, non potevate. Dopo aver pronunciato queste parole, mi accorgo che le mie labbra cedono a una smorfia inaspettata, come se volessero ammutolirsi da sole. Mi rendo conto di quanto queste parole suonino retoriche a seguito di una domanda che non aveva bisogno di risposte.

La risposta dovrebbero darla altri: tutti quelle organizzazioni sociali e istituzionali che hanno la responsabilità di decidere se lasciare che il recupero d’impresa resti un fenomeno minoritario, l’esito di una fortunata serie di coincidenze oppure se farlo diventare una delle possibili uscite di emergenza e forme di riscatto su cui puntare. Possiamo continuare a far finta che realtà come quelle che stiamo provando a raccontare e valorizzare sul sito della Rete Italiana Imprese Recuperate non esistano o non siano abbastanza rilevanti da ispirare analoghi tentativi di recupero? Possiamo?