Il caso della Plastica Sud

Occasione persa o opportunità da non perdere?

È facile sbagliare strada quando si cerca di raggiungere una delle aziende che si trovano nell’area industriale di Brindisi, a ridosso del porto. La Novimec non fa eccezione: dopo aver parcheggiato nel cortile dello stabilimento sbagliato, riesco finalmente a raggiungere il civico giusto. Il suo cortile mi ricorda, su una scala certo più ridotta, quello della cartiera Pirinoli di Roccavione in provincia di Cuneo: in questo caso, il materiale di scarto pronto a entrare nel ciclo produttivo non è composto da enormi blocchi di carta, ma da scarti di plastica.

È Dario De Santis, il Presidente della cooperativa, a illustrarmi la ragione di quel disordine apparente: la Novimec è l’unica cooperativa esistente nel Sud Italia a recuperare gli scarti di plastica per macinarli e produrre composto in granuli di polipropilene, da cui vengono derivati prodotti rigenerati come cassette per l’ortofrutta, mobili da giardino, ponti per l’edilizia. Come la Pirinoli, la Novimec è una delle pochissime imprese “doppiamente” recuperate dai suoi lavoratori: oltre a rigenerare un materiale di scarto come la plastica, anche in questo caso sono stati i suoi ex dipendenti a diventarne proprietari.

Le analogie, però, finiscono qui. Non soltanto perché la periferia di Brindisi non è la provincia di Cuneo. Diversa è anche e soprattutto la storia pregressa di queste due imprese recuperate. Dopo esser stata confiscata per contrabbando e riciclaggio di denaro alla precedente proprietà1, l’American Plast – così si chiamava la Plastica Sud prima di diventare cooperativa – entrò in crisi per effetto del rincaro dei prezzi applicati dal fornitore principale, la Exxon Mobil. Come spesso accade, la storia delle medio-piccole imprese recuperate italiane è interconnessa alle decisioni dei grandi gruppi industriali: quando la multinazionale indiana Jindal Poly Film acquisì la Exxon Mobil Chemical Films, i costi dei materiali di scarto rivenduti all’American Plast aumentarono del 30%.

Dopo il fallimento, l’AmericanPlast venne commissariata per quindici anni, finché nel 2016 Cooperazione Finanza Impresa propose ai ventidue dipendenti di rilevare l’azienda e diventare soci della cooperativa: chiesero all’Agenzia per i beni confiscati di costituire una cooperativa con le risorse provenienti dalla loro mobilità e dal loro TFR. Anche Dario De Santis, che dal 2001 era diventato un semplice collaboratore esterno su incarico del tribunale, scelse di aggregarsi ai dodici soci investendo risorse proprie nel capitale sociale. Fu Dario, quindi, a fornire le competenze necessarie sul versante amministrativo: “All’età mia era l’unica cosa che potessi fare per ricollocarmi nel mercato del lavoro”.

Lo stabilimento in cui ha sede la Plastica Sud è dell’Agenzia per i beni confiscati, a cui viene versato un affitto modesto. Il capitale sociale costituito dai dodici soci venne raddoppiato dal fondo di CFI, che divenne socio sovventore. Anche in questo caso, la scelta di diventare cooperativa è stata dettata dalla necessità: le appartenenze politiche o sindacali non hanno giocato ruolo alcuno. La cooperativa ha goduto anche di un contributo del Ministero e fa parte di Legacoop, ma non ha giovato del fondo rotativo della centrale cooperativa. Grazie a Legacoop è stato invece avviato un rapporto con Banca Etica.

Le differenze con la Pirinoli non si arrestano alla fase che ha preceduto la costituzione della cooperativa. La Plastica Sud è una cooperativa giovane, ma in forte difficoltà. I problemi non sono da ricondurre soltanto alla scarsa esperienza. Come ammette Dario, nel cortile della cooperativa c’è più plastica di quella che potrebbe essere lavorata. A livello produttivo non è cambiato nulla dalla costituzione della cooperativa a oggi. Si lavora a ciclo continuo e la risorsa più scarsa è sempre il tempo, che finora ha impedito anche solo di immaginare a progetti e collaborazioni con istituzioni e associazioni per il recupero della plastica: “è sempre una rincorsa alla produzione nel rispetto delle norme vigenti, che sono molto stringenti per il recupero di un materiale di scarto come la plastica. Qui si lavora, si lavora, si lavora ma non si decolla mai. I macchinari sono obsoleti, si è sempre a rincorrere la manutenzione, che peraltro è costosissima. Non ci sono tempo e disponibilità di risorse per pensare ad altro”.

L’assenza di reti con il territorio non ha certo aiutato a modificare la situazione. Non ci sono rapporti con Libera, che ha fatto della valorizzazione dei beni confiscati una delle sue principali missioni. Né esistono rapporti con le altre imprese recuperate mappate finora dal Collettivo di ricerca sociale. Benché i soci provengano da Brindisi e dintorni, inoltre, il territorio nel suo complesso non ha giocato un ruolo decisivo durante la fase del recupero cooperativistico dell’impresa.

Essere diventati cooperativa ha moltiplicato i momenti assembleari di discussione senza per questo contribuire alla costruzione di rapporti di solidarietà e collaborazione fra soci. I ruoli sono rimasti gli stessi: prima De Santis era amministratore unico, ora è presidente. Di fatto, a livello decisionale sono soprattutto Dario e il Vicepresidente della cooperativa i più responsabilizzati. Le parole di Dario confermano la convinzione che la forma cooperativistica rischia di diventare una maschera giuridica senza volto, ogni volta che non sia animata dallo spirito collaborativo dei suoi soci: “lo spirito della cooperativa non è ancora entrato a far parte della mentalità dei soci”. Una parte di responsabilità viene addebitata proprio a chi aveva spronato i lavoratori a diventare soci. D’altra parte, è all’interno della cooperativa stessa che Dario riscontra i problemi maggiori: l’assenteismo non è stato controbilanciato dallo spirito collaborativo. Lo sconforto di Dario prende il sopravvento sul racconto della storia della cooperativa: purtroppo chi l’ha fatto suo lavora anche per chi non lo dimostra nella quotidianità. “Sembra complesso, ma solo chi lo vive può capirlo. Tu non lavori? Allora nemmeno io lavoro. Non sta passando il messaggio che in questo modo si stanno auto-sabotando da soli, nonostante tutte le riunioni svolte anche con Legacoop per affrontare il problema”.

I problemi a livello produttivo stanno incidendo notevolmente sulla situazione economica della cooperativa. Non ci sono utili da distribuire. Lo sconforto si trasforma in lucido disincanto, quando Dario ammette che la possibilità dello scioglimento della cooperativa è tutto fuorché remota. Lo si capisce dalla terza persona plurale usata per riferirsi agli altri soci e, soprattutto, dal tempo verbale che utilizza per descrivere il presente e il futuro della cooperativa. I verbi continuano a essere coniugati al passato, anche quando si passa a parlare dell’attualità: “abbiamo avuto la possibilità di avere un gioiello in mano a costo zero e non l’abbiamo saputo sfruttare. Abbiamo provato in tutte le maniere a farli ragionare. È un po’ tardi per sperare che la situazione possa cambiare. Io ho la coscienza a posto. Il problema è che io ho 65 anni e fra poco potrò andare in pensione. Ma gli altri?”.

Mentre ascolto le sue parole, rimugino sulla scarsità di risorse – materiali e immateriali – a disposizione del Collettivo di ricerca sociale. Penso che con più tempo e soldi a disposizione per lavorare a inchieste come questa, forse si sarebbe potuto mettere prima in contatto una realtà come la Plastica Sud alle altre imprese recuperate: forse un incontro come questo avrebbe potuto innescare nuove energie e contribuire alla formazione di quello spirito cooperativistico di cui Dario lamenta l’assenza. Forse. A ripensarci oggi, a diverse settimane di distanza da quell’incontro, riflessioni come questa tradiscono una certa arroganza o presunzione da parte di chi scrive. Forse ne ero già consapevole allora, perché mi limitai semplicemente a chiedere a Dario se fosse interessato a entrare a far parte della Rete italiana imprese recuperate. Quando preciso che l’adesione è gratuita e non comporta alcun costo a carico delle imprese recuperate, il mio interlocutore sembra vivere nuova metamorfosi emotiva: al disincanto subentra l’incredulità, acuita dal fatto che, prima di questa calda giornata di luglio, nessuno si era interessato alla storia di questa cooperativa.