WBO Italcables Società cooperativa

La zona industriale di Caivano (NA) si trova tra Orta di Atella e Marcianise. Proprio dove il sud si rappresenta come non vorresti, con i luoghi comuni che si mettono in bella mostra in tutta la loro intricata, decadente e marcia evidenza, ti ritrovi il consorzio industriale “Pascarola”.

La struttura è imponente e all’ingresso bisogna identificarsi. Superate le sbarre, si osservano i capannoni di questa cittadella industriale e ci si rende conto di quanta produzione sia ancora in vita in una Campania dilaniata dalle delocalizzazioni e dai fallimenti aziendali. I lavoratori escono dai capannoni e si può facilmente intuire quante peripezie, contrattuali e familiari, abbiano subito e subiscono. WBO Italcables è subito dopo la Unilever e la scritta in blu su un cancello bianco mi avvisa di fermarmi.

Scendo dalla macchina e, mentre accarezzo un bellissimo pastore abruzzese meticcio, spiego al giovane in portineria il motivo della visita. Una telefonata interna e mi accompagna all’ingresso dell’area uffici. Passano due camion e una serie di bobine di cavi d’acciaio è sull’asfalto al fianco del capannone centrale circondato da bellissimi pini mediterranei. Gli alberi alti nelle fabbriche hanno fascino e segnano il tempo di quello che si fa di sotto. Sono le 16.00, le macchine sono accese, lo stabilimento funziona e questo genera un certo sollievo. Mi passa al fianco un operaio che mi guarda curioso mentre raccolgo due foto con il telefonino. «È finito il turno?», dico con un minimo di faccia di bronzo. «Sì, e mo’ me ne torno a casa». «Lei è un socio della cooperativa? ‒ continuo sfacciato ‒ Come vanno le cose?». « Sì, sono un socio fondatore e finalmente le cose sembrano andare bene, è stata dura ma dopo 30 anni di lavoro proprio non potevo abbandonare. La cooperativa è viva grazie a noi soltanto e a breve, ma questo ve lo dirà meglio l’ingegnere, dovremmo diventare proprietari dello stabilimento, fra una settimana c’è il “summit” e come vedete stiamo mettendo a lucido lo stabilimento».

C. se ne va e mi lascia con l’ingegnere Potenzieri che mi conduce negli uffici. All’ingresso c’è un plastico dello stabilimento da 95 mila metri quadrati. Matteo è sulla cinquantina ed era ingegnere di produzione, prima di diventare il presidente della cooperativa WBO Italcables. Mi spiega che qui è dal 1970 che si producono cavi e trefoli in acciaio per armare il cemento precompresso o per le reti di contenimento. Prima con la Radaelli, che nel 2008 vende a Italcables. La società è dal 2005 in mano ai portoghesi della Companhia Previdente, già proprietari di due stabilimenti a Brescia e a Pescara, chiusi all’incombere continentale della crisi con strascichi finanziari che, come vedremo, si ripercuoteranno sullo stabilimento campano. Caivano infatti ha commesse e va avanti, ma la Previdente messa in ginocchio dal credit crunch delle banche, non riesce a pagare i fornitori storici di materie prime. La Lucchini di Piombino (oggi indiana) in amministrazione straordinaria non può più tollerare la forte esposizione di Italcables e interrompe le forniture, è crisi nera.

«Non è crisi di prodotto, è crisi dovuta al credito delle banche. È crisi finanziaria ‒ sottolinea il presidente ‒ e si va in concordato preventivo. È il gennaio 2013 e, nonostante la richiesta di prodotto e il forte credito dell’azienda, le banche negano la ristrutturazione. La società va in liquidazione con la Italcables stessa che fornisce i nomi di possibili acquirenti. La gestione istituzionale della crisi coincide con l’inizio della riappropriazione dello stabilimento da parte dei lavoratori. Nel mentre nessun capitalista è attratto dalla produzione. L’interesse è solo sulle macchine da portare all’estero e questo la dice lunga sulla propensione al rischio degli industriali di professione. I lavoratori salgono sui tetti e presidiano la fabbrica anche a ferragosto. Sono contrari allo smembramento, alla vendita a pezzi del loro luogo di lavoro. L’occupazione sventa il saccheggio, il furto dei cavi e la fuoriuscita dei mezzi di produzione.

«I sindacati fanno quello che possono, ma nel frattempo noi conosciamo attraverso internet le esperienze di recupero del centro Italia e l’idea della cooperativa dei lavoratori prende forma. Chiamo un collega bravo del commerciale, che aveva già trovato lavoro altrove e iniziano i contatti con Legacoop Campania». L’idea arriva ai tavoli del Ministero dello Sviluppo Economico e i funzionari non intralciano il percorso dimostrando una buona sinergia con tutti gli attori sociali che diventa provvidenziale con la proroga della cassa integrazione in vista di un progetto più articolato. L’aiuto del commercialista (oggi consulente della cooperativa) è fondamentale e il primo business plan, condiviso e discusso con tutti i lavoratori, diventa possibile.

Nasce la cooperativa dopo un’assemblea di fuoco e dei 67 lavoratori, 52 diventano soci della cooperativa industriale WBO Italcables. Il passaggio è tutt’altro che semplice. Cooperazione Finanza e Impresa-CFI (l’investitore istituzionale gestore del Fondo Marcora) e LegaCoop fanno la loro parte, ma i fondi per l’affitto del ramo d’azienda con promessa d’acquisto e il riavvio delle attività di produzione non sono sufficienti. Il rischio maggiore è ancora sulla pelle dei lavoratori. 28mila euro a testa, è questa la cifra che esce dai calcoli per la ripartenza. Per i lavoratori significa investire in un sol colpo tutta la mobilità o il TFR accumulato. La cosa da chiarire è che se le cose non andassero al meglio sarebbe il collasso totale, disoccupazione senza nessuno strumento di sostegno al reddito. Le famiglie vengono interpellate, qualcuno non ce la fa e desiste. Per quelli che continuano risultano importanti i contatti, attraverso il mondo cattolico, con Banca Etica, l’unico istituto di credito a concedere un mutuo in grado di dare seguito al progetto. A questo punto si ristabilisce la rete dei clienti, anche con il supporto gratuito di alcuni professionisti del consorzio industriale di Caivano, qualcuno aiuta la cooperativa senza nulla in cambio perché è stanco di vedere distrutta la vita di tanti lavoratori. La Italcables, insomma, resiste e produce e i suoi lavoratori continuano a poter progettare la vita.

Mentre prendiamo un caffè, Matteo si lascia andare a un minimo di ottimismo: «L’iniziativa è stata corale e a noi è andata bene! Fra poche settimane dovremmo chiudere il discorso sulla proprietà e le commesse ci sono. Perfino il Banco di Napoli adesso ci concede il credito necessario allo smobilizzo delle fatture con l’estero. Abbiamo condotto un investimento complessivo di 3mln e 800mila euro per rilevare 75mila ettari di cui 25mila coperti, ma adesso i nostri cavi vanno in tutto il mondo».

Matteo adesso mi deve lasciare, deve parlare con il consiglio di amministrazione della cooperativa (tre dirigenti e quattro operai) per aderire alla rete italiana delle imprese recuperate messa su dal Collettivo di Ricerca Sociale di cui faccio parte. Porto con me il registratore e lo saluto lasciando lo stabilimento quando ormai fa sera. Alle spalle sul cancello bianco monta di guardia un bellissimo pastore abruzzese.

2019-04-18T08:34:28+00:00