Mancoop a.rl

La zona interessata dalla ricerca è quella industriale della ex Cassa del Mezzogiorno: SS. Cosma e Damiano, Castelforte, Suio Terme, Minturno, sono gli ultimi territori della provincia di Latina prima del Garigliano. La Campania, il Comune Sessa Aurunca e quello che rimane della Morteo Industrie, i tanti sudsi vedono a meno di duecento metri in linea d’aria; dopo il ponte, dopo il Garigliano, ancora Terra di Lavoro. Malgrado tutto intorno siano trattori, pescheti e oliveti, anche qui la crisi industriale si percepisce senza essere acuti osservatori.

Nello stabilimento recuperato la produzione di nastri si divide in linee e viene svolta in due capannoni diversi: quella verticale o interna organizzata per il mercato territoriale che sfrutta le macchine salvate dall’occupazione e la più remunerativa: quella del semilavorato con le macchine concesse ai lavoratori in comodato d’uso. Franco (responsabile stampa e curatore del progetto vendita interna) mi spiega la differenza tra le due attività; e dimostra come l’attenzione posta ai processi produttivi, oltre a testimoniare la ricchezza di competenze dei lavoratori, assume i contorni di una vera rivendicazione di autonomia strategica. Una conferma della consapevolezza tutta interna dei lavoratori della fabbrica recuperata.

Un’altra percezione, veicolata dalle insistenti indicazioni del presidente (Erasmo), è quanto sia importante per il progetto della cooperativa il luogo “fabbrica”. Nella parte a nord ovest, quella che confina con la campagna di Castelforte, c’è addirittura un frutteto e la facciata del capannone del “taglio” è stata ripresa con un verde così intenso che dal paese la fabbrica quasi non si distingue. Qui sorge inoltre “la fabbrica della natura”: quasi un moggio di terreno dove i lavoratori hanno creato una fattoria didattica aperta alle scuole del territorio con gli animali che fungono da diserbante naturale consentendo di risparmiare nei costi di manutenzione affidati alla cooperativa dalla curatela fallimentare. «La vita in una fabbrica è intesa come modello di presidio sociale aperto ‒ afferma Erasmo ‒ fuori dal recinto della cassa integrazione»Viene in mente il libro di Marchetti (2014) sull’Argentina, ma qui c’è molto di diverso rispetto alla fragorosa crisi argentina dei piqueteros per le strade e alle rivendicazioni del MNER (Movimiento Nacional Empresas Recuperadas).

Le fabbriche recuperate non sono in rete e i lavoratori nei territori si autorappresentano. Eppure le dinamiche, sempre le stesse[3], della gestione delle crisi e la mutazione delle rappresentanze non hanno evitato l’inevitabile.

Per onorare la storia va detto che nel 1957 la Manuli si insedia nel territorio e negli anni assumerà più di seicento lavoratori dal territorio (grazie alla CASMEZ e agli interventi del “progetto Pastore” che portarono alla legge n. 634/1957[4]) e diventerà leader mondiale del settore degli adesivi fino al 2001, quando gli eredi accetteranno la vantaggiosa offerta d’acquisto della TYCO. La quale, però, nel 2005 viene trascinata nello scandalo[5] del suo CEO e vende alla multinazionale Evotape packaging, dando il via all’effettiva crisi e al fallimento di uno stabilimento che era all’avanguardia per produzione, qualità e know how dei dipendenti.

Le stesse competenze consentiranno di creare, sotto la guida esperta di Erasmo, il capitale sociale della cooperativa. I lavoratori costituiranno il loro capitale iniziale attraverso la manutenzione e la manodopera offerta alla curatela fallimentare nella gestione delle macchine e attraverso l’applicazione immediata del nuovo piano industriale. Tutto questo consentirà alla Mancoop di avviare il proprio “differente” progetto di recupero. Non aderendo alle linee di finanziamento “vincolanti” della Nuova Marcora. L’anticipo di parte del TFR o dell’intera di mobilità previsti come quota di garanzia del finanziamento risulteranno, infatti, impegni ancora proibitivi per dei lavoratori in stato di “crisi”: «l’impegno del TFR […] ma anche della mobilità, non potevamo permettercelo, visto che non abbiamo più un posto di lavoro e pure la nostra età […] non lo abbiamo proprio considerato […]. È giusto me ne rendo conto, forse era possibile dove ci sono due stipendi fissi e non è il nostro caso» (A.G., operai produzione). Si conoscono, infatti le difficoltà di ognuno dei 46 lavoratori che hanno fondato la cooperativa e la situazione reddituale e familiare dei soci. Per la maggior parte di loro il TFR accumulato è l’unica ancora di salvezza per la vecchiaia o per i sempre più obbligati progetti di sostegno familiare.

Questo spaccato consente di aggiornare ed enfatizzare la diversificazione del fenomeno del recupero.

Nei territori e nelle realtà dove sono presenti filiere istituzionali e politiche i lavoratori dispongono di maggiori strumenti per affrontare il “rischio” d’impresa a differenza di quelli che sperimentano il recupero in zone tradizionalmente deficitarie di rappresentanza cooperativa e sindacale.

La Mancoop, comunque, va avanti da sola. Know how, consapevolezza della storia e della produttività dello stabilimento non sarebbero peraltro possibili senza elementi di reciprocità: «Noi siamo molto uniti ci si conosce da una vita e creare una cooperativa, come proponeva Erasmo durante l’occupazione è stata una cosa naturale. Siamo tutti della stessa zona, la sera ci si incontra per il paese, si mangia nella stessa trattoria […] frequentiamo lo stesso bar […] insomma non è stato difficile. Quelli che non hanno aderito venivano da lontano e per loro provare a resistere era più complesso» (A., amministrazione)

La suggestione che non fatica ad emergere è che di fronte alla gravità della perdita del posto di lavoro, si manifesti una condizione di reciprocità sociale e territoriale[6] tale da condizionare la gerarchia delle opzioni possibili a sfavore delle più consuete ipotesi migratorie o di flessibilità di vita.

Le rilevazioni, i rapporti e le interazioni situate consentono di sottolineare come la fase di sperimentazione dei lavoratori abbia portato la Mancoop ad attivare, a fianco del recupero della produzione tradizionale, il loro progetto logistico di “incubatore industriale”. Le zone affidate alla cooperativa dalla curatela fallimentare, infatti, col tempo, e alla luce dei risultati acquisiti dai lavoratori, vengono ampliate consentendo loro di affittare ad aziende locali gran parte dei capannoni ristrutturati dai lavoratori stessi. Consentendo, così, al bilancio della cooperativa di differenziarsi. La stessa fase di sperimentazione risulta, inoltre, esplicitata nella revisione attenta degli strumenti giuridici esistenti. Questo ha permesso di avviare, attraverso lo studio dall’art. 63 della legge n. 448/1998 pertinenti procedure di verifica sulla quantità di risorse pubbliche concesse nel tempo ai proprietari privati. Sperimentale è poi da considerare anche la redazione di un documento, concordato con alcuni parlamentari nazionali e concertato con altre realtà recuperate (Pirinoli di Roccavione, CN), sulle rivendicazioni immediate delle imprese recuperate. Il documento risulta, di fatto, il primo atto rivendicativo inerente il fenomeno del recupero ed è rintracciabile nella risoluzione presentata e approvata alle Commissioni parlamentari X e XI[7].

La Mancoop oggi è autonoma e autosufficiente, con un fatturato che consente ai lavoratori di poter progettare la loro vita. Rispetto alla Italcables però, non avendo aderito agli strumenti della Marcora, la cooperativa non ha acquisito la proprietà della fabbrica. Questa condizione problematizza l’accesso al credito e il pericolo della speculazione pende ancora sulla testa dei lavoratori. Le loro rivendicazioni, legittime quanto quelle delle IR che hanno rilevato gli stabilimenti, vertono su un intervento istituzionale sulla proprietà capace di valorizzare gli anni di sacrifici e la gestione cooperativa nello stabilimento.

La questione apre scenari legislativi e politici di rilievo che impongono un’analisi aggiornata degli strumenti che affiancano i difficili dispositivi decisionali dei lavoratori delle nuove cooperative industriali.

 

2019-04-18T08:42:16+00:00