Nuova Cev sc

Visto da fuori, lo stabilimento in cui ha oggi sede la Nuova CEV incute un certo rispetto agli occhi del visitatore. La navata centrale dell’edificio che un tempo apparteneva alla Manifattura tabacchi e che è sotto l’egida dei Beni culturali ospita un patrimonio di immenso valore, che va ben oltre la maestosa bellezza dell’edificio in mattoni. Ha a che vedere, anzitutto, con il vissuto e le doti semi-taumaturgiche di chi lo abita ogni giorno, tramandando l’esperienza pluridecennale di diverse generazioni di artigiani, che dalla fine della seconda guerra mondiale a oggi hanno forgiato dapprima il vetro comune per poi diventare i demiurghi di uno dei materiali più difficili e affascinanti da lavorare: il cristallo.

Una volta entrati, il rispetto provato di fronte alla visione di questa cattedrale industriale si trasforma rapidamente in una sorta di timore reverenziale, data l’insolita mescolanza fra sacro e profano che promana dall’attuale destinazione d’uso dell’edificio. In un tempo non troppo lontano, infatti, luoghi come questo erano percepiti come vere e proprie anticamere dell’inferno non soltanto per via delle temperature incandescenti dovute ai forni mal coibentati; l’accostamento era dettato dalle continue vessazioni che i sottoposti (levatori, portantini, aiutanti) erano costretti a subire, prima di poter entrare a far parte della casta privilegiata dei maestri vetrai.

Oggi quelle umiliazioni sono un lontano ricordo e le temperature si sono ridotte, anche grazie alle ultime generazioni di forni elettrici utilizzati all’interno della Nuova CEV. Il “Virgilio” di questa visita guidata si chiama Andrea Falaschi, il presidente della Nuova CEV dal 1990. È lui la memoria vivente delle diverse fasi che hanno scandito la storia della CEV prima e, in seguito, dalla Nuova CEV. Da quando si è specializzata nella lavorazione artigianale del cristallo, la storia della Nuova CEV si inscrive nel solco della continua ricerca dell’innovazione e della massima qualità dei prodotti: è stata la prima azienda dell’Empolese Valdelsa a sperimentare nuove tecniche di produzione, quali il robot levavetro, e le macchine a stampaggio semi-automatico; fu anche tra le prime aziende a dotarsi di innovativi macchinari dediti alla lavorazione a freddo dei manufatti. A differenza di altre vetrerie, però, è riuscita a sopravvivere alla crisi pluriennale che ha investito questo settore solo dopo aver abbandonato la produzione in serie assicurata dalle macchine e aver puntato sulla esperienza artigianale dei suoi maestri vetrai. Scelta, questa, che oltre a essersi rivelata vincente ha di fatto scandito il passaggio dalla vecchia gestione alla nuova. La Nuova CEV nasce dopo la liquidazione volontaria della CEV e la relativa vendita del vecchio stabilimento posto in via dei Cappuccini, vicino alla stazione di Empoli; con i soldi degli stipendi pregressi e del TFR che i lavoratori ricevettero dalla curatela, unitamente ai fondi provenienti da Foncoop e dalla legge Marcora, nel 1985 fu costituita la Nuova CEV. La scommessa degli allora soci fu grande: non fu facile scegliere di reinvestire le uniche fonti di reddito a disposizione in un progetto ancora da scrivere, solo pensato e desiderato.

Come spesso ci è capitato di sentirci raccontare dai diretti protagonisti delle imprese recuperate dai lavoratori in Italia, le difficoltà iniziali non sono certo mancate: oltre a rinunciare in parte ai propri stipendi, i soci hanno dovuto affrontare la carenza di competenze commerciali e direzionali, perché chi ricopriva quel ruolo nella vecchia CEV non partecipò alla nuova avventura. Gli ostacoli sono stati superati grazie alla scommessa (vinta) di puntare sul lavoro artigianale: il passaggio dalla CEV alla Nuova CEV è stato contrassegnato da una maggior specializzazione e perfezionamento del lavoro artigianale, confluito soprattutto nella lavorazione di oggetti di grandi dimensioni (come colonne e anfore) e degli articoli incamiciati (double verre). Da questo punto di vista, la storia della Nuova CEV è esemplare della capacità di resistere collettivamente alle sfide della competizione globale puntando sulla qualità dei prodotti fatti a mano, soffiati a bocca anziché sulla produzione di serie assicurata dai macchinari. Da quando fu compiuta questa scelta, la ricerca della perfezione ha cessato di essere un’opzione ed è diventata un obbligo (ad esempio, solo il 10% del materiale scartato durante il processo produttivo viene riciclato per mantenere la più alta qualità del prodotto). Ad oggi, i soci della Nuova CEV sono gli unici a usare forni elettrici in Italia invece di quelli a gas perché ciò assicura una resa qualitativa più alta. A differenza poi delle altre cristallerie, che propongono colori tradizionali come il blu, il verde e il rosso, i prodotti in cristallo della Nuova CEV spaziano dalle tonalità dell’ambra allo smeraldo, passando attraverso il turchese, il rosa e il nero ed altri ancora.

Le rifrazioni luminose di questi colori creano un effetto arcobaleno nella bottega in cui sono riposti i tesori della cristalleria. Le vetrine interne espongono bottigliette, bottiglie, anfore e articoli commissionati da alcune delle più grandi e affermate marche di profumi e liquori al mondo. Il segreto del successo della cristalleria è semplice: la lavorazione artigianale rende unici i pezzi prodotti dai soci della Nuova CEV, che si trasformano in veri e propri demiurghi delle idee dei committenti.

Più interessante ancora del prodotto finale, del resto, è il racconto del processo della loro lavorazione, nonostante avvenga in differita (quando ho la fortuna di entrare dentro lo stabilimento, infatti, i maestri vetrai hanno appena finito il loro turno). La lavorazione del cristallo è paragonabile a un ininterrotto processo alchemico di metamorfosi, che trasforma diversi materiali in polvere in una materia viva e incandescente, pronta ad assumere le sfumature cromatiche e le forme desiderate, prima di essere incisa e scolpita da veri e propri artisti della lavorazione a freddo. Silice, ossido di piombo, carbonato di sodio, carbonato di potassio, nitrato di potassio, borace pentaidrato, antimonio triossido: sono solo alcuni dei nomi astrusi degli ingredienti miscelati dal “composizioniere” della cristalleria, che al pari del “capo fabbrica” conosce solo metà della formula esatta delle polveri da inserire nei forni, le cui temperature raggiungono oltre i 1400° centigradi. Fra tutti i materiali citati, l’ossido di piombo è quello che conferisce al cristallo una rifrazione luminosa così particolare da renderlo simile al diamante e una “morbida durezza” tale da renderlo malleabile dagli incisori al termine della lavorazione.

Una volta fuse assieme queste materie prime, il cristallo trasparente è pronto per essere colorato attraverso l’aggiunta di ulteriori componenti (l’ossido di cobalto per il blu, il bicromato di potassio per il verde, l’oro per il rosso rubino). Dopo esser stato lasciato a riposare, il cristallo viene estratto in uno stato semi-liquido a una temperatura media di 1150° dai vetrai, che possono quindi lavorarlo utilizzando diverse tecniche di produzione che gli conferiranno la forma desiderata: le tecniche adottate vanno dalla pressa meccanica all’aria dei polmoni del “soffiatore”, passando attraverso la “mano libera” del maestro vetraio che impugna forbici, pinze compassi e altri piccoli utensili da lui stesso ideati e forgiati. A questo punto il cristallo è pronto per essere adagiato su un nastro trasportatore, che lo conduce attraverso un tunnel preriscaldato a 600° – la cosiddetta “tempera” – da cui fuoriuscirà dopo quattro ore circa a temperatura ambiente. Anziché essere considerato pronto per la commercializzazione, il prodotto in cristallo a questo punto viene sottoposto a un processo di lavorazione a freddo (moleria, lucidatura, sabbiatura, incollaggio, ecc.): in quest’ultima fase della lavorazione i prodotti vengono rifiniti dai molatori, decorati dai maestri incisori e, infine, lucidati e marcati a sabbia per evitarne la contraffazione.

Come in ogni lavorazione artigianale, i prodotti finiscono per essere più unici che rari. È a questa grandezza artigianale dei 32 lavoratori della Nuova CEV (di cui 20 soci), forse, che si deve il senso di rispetto trasmesso dalle mura in cui ogni giorno trasformano polveri impronunciabili in qualcosa di vivo, prezioso e affascinante. Al di là della materia lavorata, però, è la tenacia e il lavoro materiale di questi artigiani a conferire a questa cristalleria il suo inestimabile valore umano, oltre che commerciale.

2019-04-18T08:13:56+00:00