LE PRATICHE PER DIRLO, LE PAROLE PER (RI)FARLO

Nasciamo tre anni fa, con l’obiettivo comune di dedicare una parte cospicua del nostro tempo libero dal lavoro alla militanza politica. Questa volta, però, non ci limitiamo a organizzare assemblee, incontri e dibattiti: decidiamo di (ri)entrare nei luoghi di lavoro come ricercatori militanti. Quelli, per intenderci, attraversati e abitati dai lavoratori e dalle lavoratrici che hanno dato vita a cooperative per evitare il fallimento dell’impresa di cui erano stati dipendenti.

Molti (anche se mossi da opposte visioni ideologiche) sono soliti chiamare WBO (Workers buyout) queste esperienze: il loro valore, però, non è soltanto di natura economica. Iniziamo e ci ostiniamo a chiamarle IMPRESE RECUPERATE per omaggiare la straordinaria esperienza argentina di partecipazione democratica dei lavoratori e della lavoratrici alla gestione delle loro imprese dopo la crisi di inizio secolo.

Il motivo è semplice: in un’economia fondata sulla sovrapproduzione di scarti (umani e non), le imprese recuperate dimostrano la possibilità concreta di un’alternativa radicabile e praticabile, qui e ora.

Non tutte le esperienze di recupero cooperativistico nascono e si sviluppano allo stesso modo: molte costituiscono il loro capitale sociale grazie al TFR e alla NASPI dei lavoratori e ai finanziamenti di CFI (ente partecipato dal Ministero dello sviluppo economico), altre invece riescono a formare il loro capitale sociale presidiando gli stabilimenti e continuando a lavorare durate l’iter fallimentare della loro azienda o riconvertendo la produzione. Tutte queste esperienze sono anche e soprattutto il simbolo di una battaglia vinta: quella di chi, assieme agli altri soci/e, ha sconfitto isolamento e senso di frustrazione che continuano ad assalire chi si trova senza lavoro in una società in cui il rispetto della dignità umana continua a essere subordinato alla ricerca o al mantenimento di un reddito da lavoro, a dispetto della disoccupazione strutturale (con buona pace dei tecnici che continuano a raccomandare tagli ai servizi e si dimenticano dell’indecente crescita di disuguaglianze); quella di chi, dopo occupazioni e manifestazioni, è riuscito a impedire che le macchine venissero dismesse dagli stabilimenti e delocalizzate; quella di chi, dopo aver visto svuotare lo stabilimento, ha riconvertito la produzione. Quella di interi territori, che altrimenti aggiungerebbero ulteriori cattedrali nel deserto. Quella dei nuovi lavoratori e lavoratrici assunti da queste cooperative, che nulla hanno a che spartire con chi ha trasformato la cooperazione in una maschera giuridica per profitti di pochi grazie allo sfruttamento di molti.

Per queste ragioni, sono in molti a ritenere che questo fenomeno non sia desiderabile: ad esempio Confindustria, che negli anni Novanta si appellò alla violazione del principio di concorrenza e riuscì a bloccare i finanziamenti pubblici a sostegno delle nuove cooperative per diversi anni.

Per tutti questi motivi abbiamo dato vita alla prima Rete italiana delle imprese recuperate: dopo tre anni di inchiesta militante (in gran parte auto-finanziata dagli stessi componenti del CRS e alla generosità di qualche donatore), la Rete continua a crescere. Oggi, dopo tre anni di impegno, siamo orgoglios* di poter rivendicare, nel nostro piccolo, di aver contribuito a questa importante novità: grazie al nostro lavoro di intermediazione e, in particolare, a quello del vicepresidente del CRS Romolo Calcagno, nel 2017 riuscimmo a mettere in contatto direttamente alcuni delegati delle imprese recuperate del nostro paese con  singoli parlamentari delle commissioni riunite X e XI che dimostrarono interesse verso il tema. Nel 2017  le commissioni riunite licenziano questo testo (https://impreserecuperate.it/wp-content/uploads/2018/05/Risoluzione-delle-COMMISSIONI-RIUNITE_X-Attivita-produttive-commercio-e-turismo_e-XI-Lavoro-pubblico-e-privato-sulle-misure-a-sostegno-delle-imprese-recuperate.pdf).

Ora, una delle principali criticità rilevate nel corso delle nostre inchieste (segnalate a questa pagina: https://impreserecuperate.it/come-diventare-impresa-recuperata/) trova un primo canale di soluzione, per quanto parziale e circoscritto: grazie all’approvazione di questo emendamento,  le richieste della liquidazione anticipata della NASPI per costituire il capitale sociale di una nuova cooperativa non saranno più soggette a IRPEF. Ma questo, state tranquill*, è solo un inizio…